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Risvegliare e risvegliarsi

(ri-sve-glià-re) 

[comp. di ri- e svegliare] VERBO  TRANSITIVO  E INTRANSITIVO PRONOMINALE: togliere qualcuno dal sonno, svegliare, ridestare /svegliarsi di nuovo, ridestarsi.

 

SENSO FIGURATO: Uscire o Far uscire qualcuno dal torpore morale o intellettuale per l’azione; scuotere, smuovere, ravvivare, stimolare, stuzzicare, eccitare, pungolare, sollecitare, rivitalizzare, provare nuovamente, o con nuovo vigore, un'emozione, richiamare, rispolverare, riesumare, riportare alla luce

ESTENSIONE di fenomeno o elemento naturale: riprendere la normale attività dopo un periodo di stasi.

"la natura si risveglia con le prime piogge"

 

Termini contrari:lasciar dormire, addormentare; (senso figurato) calmare, placare, acquietare accantonare, reprimere, mettere da parte, deturpare, rovinare, (per estensione) far sfigurare

 

Etimologia di “svegliare”

Non ci sono precise radici lessicali o derivazioni etimologiche per cui si può considerare l’affinità fonetica e semantica con alcuni termini latini:

il verbo intransitivo vìgeo/vigère significa essenzialmente: aver vigore, essere pieno di vita così come uno altro verbo simile: vigesco cheindica un’azione che comincia, quindi: “prendo o riprendo vigore”,

Poi c’è l’aggettivo vigil, vigilis che significa “in forza” e quindi “che è sveglio” da cui deriva vigilo/vigilare = “vegliare” ma anche “sorvegliare”e con la stessa radice ci sono due sostantivI: vigor = vigore, forza, energia, forza vitale e  vigilia = “lo stare sveglio” o più esplicitamente il “turno di guardia notturna”, con cui i Latini indicavano sia la persona addetta quindi “la sentinella” sia la durata in ore del turno stesso (prima vigilia; seconda vigilia; ecc.).

Questi termini sono rimasti pienamente nella lingua italiana, infatti abbiamo: il vigile, l’azione del vigilare, e (implicitamente) anche la sorveglianza notturna e il participio presente: “vigente” (dal verbo vigeo) che significa  “in atto”, “in corso”, ”in vigore” riferito a  leggi o a monete.

Anche il termine “Vigilia” è sopravvissuto ma con significato più ristretto: per l’uso che se ne faceva indicando la veglia di una festa importante - che durava dalla sera del giorno precedente fino all’alba - è andato ad indicare il “giorno precedente una solennità”, come ad esempio “vigilia di Natale”.

Con il passaggio successivo ritorniamo al punto di partenza e chiudiamo il cerchio: da vigilia (veglia) – attraverso il verbo ex-vigilare – si è passati al verbo provenzale “ex-velhar” e da qui il nostro “svegliare” con i vari significati di riferimento sia fisico che figurato, come negli esempi seguenti:

 

"Appena si addormentava il rumore lo risvegliava"  /  "bisogna risvegliarlo dalla sua pigrizia"

“Quando ti svegli al mattino, pensa quale prezioso privilegio è essere vivi: respirare, pensare, provare gioia e amare (Marco Aurelio)

“ll modo migliore per realizzare un sogno è quello di svegliarsi” (Paul Valery)

“La brezza del mattino ha segreti da dirti. Non tornare a dormire” (Rumi)

“Ogni giornata è una piccola vita, ogni risveglio una piccola nascita, ogni nuova mattina è una piccola giovinezza” (Arthur Schopenhauer)

 

Nella Sacra Scrittura quest’ampiezza di significato, che va dal corpo all’anima, c’è tutta:

“Destatevi, saltèrio e cetra, / io voglio risvegliare l'alba” (Sal. 108,2)

“Guai a chi dice al legno: "Svègliati!"/e alla pietra muta: "Àlzati!"/ Ecco, è ricoperta d'oro e d'argento,/ ma dentro non c'è soffio vitale” (Abacuc 2,19)

“Pietro e quelli che erano con lui erano oppressi dal sonno; e, quando si furono svegliati, videro la sua gloria e i due uomini che erano con lui” (Lc. 9,32)

“Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me un'ora sola?” (Mt. 26,40)

Con Gesù la vita oltrepassa la morte e il ciclo naturale del dormire/svegliarsi sconfina nell’eterno, nella vita senza tramonto, dove “svegliarsi” sottintende “uscire dalla morte” e quindi “risorgere”.

Nel progetto di Dio lo Spirito soffia e anima la materia inerte: "Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente"(Gn. 2,7); le ossa inaridite rinascono (cfr. Ez. 37,1-14); il tempio – nella metafora del corpo – risorge dopo tre giorni (Gv. 2,19).

Questa “vita senza fine” si allarga a tutti con l’istituzione dell’Eucarestia da parte di Gesù durante l’Ultima Cena, quando dona il suo  Corpo e Sangue, esprimendo l'incalzante certezza di donare qualcosa che capovolge la direzione della vita: non più avviata verso la morte, ma chiamata a risvegliarsi in Dio “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”(Gv. 6,54).

Per il credente che ascolta la Parola e la mette in pratica “mangiare e bere Cristo” significa essere in comunione con il Suo segreto vitale che è l'amore, la vita che non muore, il “RISVEGLIARSI” da ogni situazione negativa di peccato e di morte.